Pubblicazioni     

         
 

Iscritti
 Utenti: 966
Ultimo iscritto : Silvia1984
Lista iscritti

Log in
Login
Password
Memorizza i tuoi dati:

Visitatori
Visitatori Correnti : 53
Membri : 0

Se vuoi ricevere la nostra newsletter devi essere un utente registrato
Iscriviti

microBox

Eventi
<
Agosto
>
L M M G V S D
-- -- -- 01 02 03 04
05 06 07 08 09 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31 --

Questo mese

Vetrina

 


Vetrina


 
STORIA DI GIOVANNI
Inserito il 09 agosto 2007 alle 23:24:41 da Mariangela e Luca.

STORIA DI GIOVANNI (Mariangela e Luca)

Abbiamo sempre pensato che i figli non appartengono ai genitori che li mettono al mondo, che sono dono di Dio da custodire ed aiutare a crescere perchè arrivino a Lui, ma è solo con il nostro Giovanni che l’abbiamo capito veramente, che l’abbiamo sperimentato nella carne, che l’abbiamo vissuto come verità inconfutabile.

L’arrivo di Giovanni tra noi, dal momento del concepimento, è stata una grande gioia; dopo il nostro primo figlio Giuseppe, di quasi due anni, eravamo felicissimi di potergli dare un fratellino/sorellina e di allargare così la famiglia.

Procedeva tutto molto bene; nei primi mesi solite nausee e tanta stanchezza, ma poi solo una grande felicità e serenità. Gli appuntamenti con le ecografie del terzo e del quinto mese li avevamo vissuti dando il giusto peso come importanti controlli medici, ma senza ansie, e andava tutto bene; anche la morfologica avevo dato conferma che era tutto a posto e che si trattava di un maschietto. Così avevamo iniziato a raccontare a Giuseppe che nella pancia della mamma c’era un fratellino con cui avrebbe potuto giocare; verso il settimo mese abbiamo comprato qualche tutina dicendogli che era il pigiamino per Giovanni perchè quando la pancia della mamma sarebbe diventata grande grande il dottore l’avrebbe aperta, avrebbe messo la tutina a Giovanni e l’avrebbe fatto dormire nella cullina piccola.

E così è arrivato il 6 febbraio e l’ecografia del settimo mese, per vedere se era tutto a posto, l’accrescimento regolare e se era in posizione cefalica. Ma il Signore aveva ben altri progetti rispetto ai nostri, per il nostro bambino e per le nostre vite e quel giorno, in un attimo, ci siamo trovati catapultati in una realtà più grande di noi, incomprensibile, dolorosa, dura, che spaccava letteralmente il cuore.

Appena il nostro medico ha iniziato l’ecografia ed è andato a cercare la testa, ha esclamato che non andava bene: c’era del liquido nei ventricoli, troppo, in tutti e quattro i ventricoli cerebrali. Idrocefalia o sinonimo di ventricolomegalia. Ma non sapeva, per la sua esperienza, dirci quali fossero le cause, nè le conseguenze, nè cosa si poteva fare, niente.
Se in quel momento ci avessero pugnalato, avremmo sentito meno dolore rispetto a quello che provavamo.
Facendo il controllo degli altri organi era tutto a posto, la crescita nella norma. Quando ha verificato il battito del cuore finalmente sono riuscita a piangere; lui allora ha smesso ed è andato su altre parti, ma appena ho potuto parlare gli ho detto di farmi sentire ancora il battito: era bellissimo sentire Giovanni vivo! Era vivo, era vivo, era lì, non era "normale", non sapevamo praticamente niente delle sue condizioni, ma era lì, nostro figlio. Tutti gli altri organi andavano bene, per quello che poteva vedere lui. Prima che interrompesse, gli ho chiesto ancora di risentire il suo battito: era come sentirlo ancora più vicino a me.

Il nostro medico prese subito l’appuntamento per il giorno dopo in un centro specializzato fuori dalla nostra città per un’ecografia di secondo livello, dove avrebbero potuto capire meglio la situazione. Uscimmo dallo studio distrutti, spaventati; io piangendo ripetevo in continuazione “quanto poco l’ho amato, quanto poco!”.

D’improvviso avevo visto tutto il tempo in questi sette mesi, sprecato su cose inutili, mi erano tornate in mente di botto tutte le volte che mi ero arrabbiata a lavoro, tutte le perdite di tempo, tutte le sciocchezze, avrei dovuto amarlo di più anzichè dare per scontato che tanto lui lo sapeva che noi genitori lo amavamo. Avevamo il cuore letteralmente sanguinante; sì, era come sentirlo aperto, un dolore grandissimo, e il sangue che andava in tutto il corpo fuori dalle arterie, le lacrime che scendevano senza avere la forza di piangere.

Nei due giorni seguenti facemmo altre due ecografie che confermavano la situazione e la sua gravità; il professore ci spiegò finalmente che l’idrocefalia era causata da una emorragia intracranica e che secondo lui dipendeva da una incompatibilità di tipo piastrinico tra noi due per cui io producevo anticorpi contro le piastrine di Luca, quindi di Giovanni, e di conseguenza i suoi vasi più delicati, quelli del cervello, avevano avuto una rottura con emorragia che aveva bloccato il normale defluire del liquor cerebrale. Ci elencò poi la casistica percentuale di rischi di morte intrauterina, morte subito dopo la nascita, necessità di interventi di neurochirurgia in caso di sopravvivenza, conseguenze neurologiche con handicap svariati.

Non ricordo nessuno dei numeri che ci diede: per me Giovanni era uno, unico, non importava in quale percentuale sarebbe “caduto” perchè lui era il nostro bambino non un caso sfortunato da catalogare. Del resto i medici dei giorni precedenti avevano precisato che ormai non potevamo neanche più ricorrere all’aborto terapeutico considerate le settimane di gestazione; questo per la legge italiana, ma all’estero si.... Ringrazio sempre il Signore che fosse Luca a rispondere quando ci dicevano così, perchè io avrei provato a spiegare i motivi per cui volevamo tenere comunque nostro figlio, qualsiasi cosa sarebbe successa, in qualsiasi modo sarebbe vissuto, pronti a rimetterci ogni giorno con le nostre vite nelle mani di Dio e della Sua Volontà. Ma Luca diceva :“A noi non interessa!”, o anche “Non ci pensiamo nemmeno!”, e così loro si fermavano lì, senza osare andare oltre con quel discorso e senza avere spazio per ulteriori argomentazioni che in realtà avrebbero solo favorito l’insinuarsi nelle nostre idee di valutare quella “possibilità”.

Da quell’ospedale uscimmo con l’appuntamento per fare le analisi che potevano confermare la diagnosi e con i nominativi di tre professori di altrettante città a cui rivolgerci vista la gravità e le cure di cui avrebbe avuto bisogno Giovanni. In cima alla lista c’era il Prof. Noia del Gemelli e ci fu raccomandato, in questo caso di cuore, di rivolgerci a lui.

Fu il primo momento, in quei tre giorni, che mi sentii dentro un pò di speranza e penetrò un filo di luce; sì, a Roma, l’idea di andare a Roma mi dava un pò di sollievo, via da quell’ospedale, via da quel posto dove avevo sempre cercato invano un crocifisso o un’immagine della Madonna e invece niente, neanche nell’angolo più nascosto, niente di niente, via da lì! Sicuramente erano bravi medici, esperti, capaci, avevano capito subito la nostra situazione e per noi era importantissimo, ma io sentivo quell’ambiente tanto cupo, così freddo, era una cappa che soffocava la speranza, quei pochi sorrisi anche tra il personale infermieristico erano anonimi, quegli occhi dimostravano solo compassione nei nostri confronti.

Appena avuti tutti i risultati che confermavano la trombocitopenia alloimmune riuscii a parlare con il prof. Noia. Lui aveva una voce tranquilla e io, con qualche singhiozzo, gli ho letto il referto e raccontato la cosa; mi ha detto che era necessario il ricovero per poter eseguire eventuali trasfusioni in utero di piastrine e se proprio Giovanni fosse nato prima della 38° settimana, al centro immaturi avrebbe avuto l’assistenza necessaria. Avevo delle speranze che le cose si sarebbero sistemate, che ci avrebbe aiutato; dal tono della voce lo avevo sentito vicino, non distaccato, una persona serena e calma e questo mi faceva bene.

Siccome durante la telefonata Giuseppe era lì con me e lui l’aveva sentito mi chiese: “Ma lei ha un altro figlio?”. Ed io: “Sì”. “Come si chiama?”… “Giuseppe”. “E il bimbo che aspetta come si chiama?”… “Giovanni”. “Giuseppe e Giovanni: che bei nomi. Stia tranquilla, ci vedremo presto.”

Tranquilla: non è mai stata una mia caratteristica; devo avere sempre tutto sotto controllo, altrimenti non posso essere tranquilla; devo poter calcolare tutto altrimenti la mia insicurezza prevale. Come potevo stare tranquilla in questa situazione? E invece, a paragone di ciò che stavamo vivendo, ero tranquilla e sentivo la pace in me; non mi facevo illusioni che tutto sarebbe tornato normale, che la nostra vita sarebbe stata quella di prima, ma nemmeno mi disperavo. Quando piangevo, anche da sola, non ero disperata; il dolore e la paura erano grandi, ma non ero disperata. Questo penso fosse anche il frutto delle preghiere che tanti facevano per noi; in particolare le nostre famiglie, gli amici della nostra Comunità Francescana, le suore Clarisse di S.Cecilia, le suore Carmelitane.

Dopo pochi giorni eravamo al Gemelli; avevo fatto i controlli di routine ma d’improvviso, il 20 febbraio, Giovanni è andato in bradicardia, per fortuna i medici se ne sono accorti subito, in tempo per fare il taglio cesareo d’urgenza e così far nascere il nostro piccolino appena prima che morisse in pancia. La mattina dopo Giovanni è stato battezzato prima di entrare in sala operatoria perchè la situazione era gravissima: l’hanno operato per togliere la milza ed è stato un miracolo che abbia resistito all’intervento. E’ stato secondo noi un grande regalo del Signore, che ci ha permesso di coccolare per qualche giorno il nostro bambino, di accarezzarlo, di ammirarlo perchè per noi era bellissimo; di tenerlo tra le braccia, di piangere con lui, di vederlo anche soffrire tanto perchè aveva le crisi convulsive nonostante i trattamenti sedativi, di parlargli affidandogli le nostre vite, di riconsegnarlo al Signore, certi che nel suo Sacro Cuore avrebbe trovato tutto l’Amore di cui aveva bisogno.

Così, il 23 febbraio, primo venerdì di Quaresima, dopo tre giorni di vita, Giovanni è salito in cielo. E il 26, giorno del compleanno di Luca, è stato celebrato il funerale. Quel giorno c’erano tutti i frati della nostra Comunità a concelebrare, cosa che non gli riesce neanche nelle feste più importanti dell’anno e invece quel giorno erano tutti lì, vestiti di bianco anche se era Quaresima e il nostro Padre Mario spiegò che non avrebbe celebrato una messa per un defunto, ma per un Santo che era sicuramente in Paradiso, quindi sarebbe stata una celebrazione di Risurrezione.
E noi siamo stati contenti di questo, perchè ci hanno dato serenità, anche se ogni parola delle letture o dei canti era come una lancia, ci ricordavano che Giovanni è in cielo, che ci aspetta, che non lo abbiamo perso, che lui è vivo tra i Santi, che ci aiuterà ad arrivare anche noi lì, niente ci potrà separare e ci rincontreremo per un tempo che non finirà.

Certo, la sua assenza si sente sempre fortissima, anche adesso a distanza di mesi, il dolore è tutto da portare, non è che sparisce, ma non ci è mai mancata la serenità e la pace; anche se tutto è avvenuto così in fretta da lasciarci quasi storditi abbiamo vissuto tutto nella certezza di affidarci sempre al compimento della volontà di Dio perchè anche se dura vuol dire che è la cosa giusta per noi. E i primi frutti li abbiamo sperimentati proprio noi due che con questa esperienza siamo maturati in una sponsalità rinnovata, in una unione coniugale che non avevamo mai vissuto prima, nè da sposi novelli nè da neogenitori di Giuseppe, capendo fino in fondo le promesse di fedeltà “nella gioia e nel dolore” fatte il giorno del matrimonio, rinnovando il nostro “sì” di fronte a Dio, nell’accettare i figli che vorrà donarci, nei modi che Lui ha pensato per noi.

Ogni tanto Giuseppe ci chiede di raccontargli la storia di Giovanni e così la riprendiamo dal punto in cui l’avevamo lasciata: il dottore apre la pancia della mamma, lo mette sulla cullina piccola, poi arriva Gesù che gli regala delle ali bellissime, grandi e lui con queste ali vola su, su, più alto del cielo e arriva fino al Paradiso dove gioca con tutti gli angioletti. E quando guardiamo Giuseppe, lui che per grazia di Dio è nato sano e senza problemi nonostante la nostra incompatibilità di sangue, non possiamo far altro che ringraziare di ciò che il Signore ci ha donato, sicuri che il nostro compito è di accompagnarlo nella sua crescita ma con gli occhi rivolti sempre verso il Padre, perchè cammini verso di Lui e compia la Sua Volontà, unica cosa che potrà renderlo un uomo felice.

Mariangela e Luca


I nostri banner

 
 © La Quercia Millenaria 
Contattami
Realizzato con ASP-Nuke 2.0.6 derivato da ASP-Nuke v1.2
creato da tntlab ottimizzato per internet explorer
RINGRAZIAMENTI

Questa pagina è stata eseguita in 7,421875E-02secondi.
Versione stampabile Versione stampabile
nel nostro sito si parla di gravidanza patologica e cura del feto terminale. i nostri specialisti operano terapia fetale invasiva in gravidanza con patologie fetali; alcune patologie sono agenesia renale, ostruzione renale, displasia polmonare, agenesia polmonare ma anche anencefalia. ci troviamo di fronte a un feto con patologie oppure patologie materno fetali.E' importante il rapporto medico paziente specie con il chirurgo fetale. Al policlinico Gemelli, il prof. Noia,collabora presso centro per i feti terminali. Il nostro centro di aiuto con una rete di famiglie e una rete di specialisti - specialisti in chirurgia, pediatria, psicologia, sostegno della coppia- si occupano anche di aborto terapeutico, spina bifida, feto polimalformato e gravidanza patologica amniocentesi. Seguiamo casi di ipoplasia polmonare, displasia renale ed idronefrosi o anche idrope fetale, gozzo fetale, ernia diaframmatica, piede torto. E' importante diagnosi prenatale, un centro di neonatologia, di pediatria, e urologia, per seguire le malformazioni urinarie, le infezioni delle vie urinarie(nell'uretere, uretra, reni, vescica, in caso di rene displastico oppure ipertono vescicale o fimosi, ipospadia,ma anche di epispadia); altri problemi sono idrocefalia ma anche acrania o anencefalia.Casi frequenti di trap sequence, twin twin transfusion syndrome(detta anche ttt-s o trasfusione feto fetale) e cardiopatia fetale.