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STORIA DI EMANUELA E BENEDETTA
Inserito il 19 dicembre 2007 alle 00:05:04 da Paolo e Chiara.

STORIA DI EMANUELA E BENEDETTA

Siamo Paolo e Chiara, abbiamo 38 anni e siamo sposi da 9 anni. Siamo di Cremona, dove viviamo l’esperienza del Cammino Neocatecumenale nella parrocchia di Sant’Ilario. Siamo infatti pienamente consapevoli che se nelle nostre vite non ci fosse stato questo incontro con Gesù Cristo, personale e all’interno di una comunità cristiana, ora non ci sarebbe questa storia da raccontare.
Siamo entrambi portatori sani di una rarissima e incurabile malattia genetica che si manifesta alla nascita, impedisce la respirazione e porta in breve alla morte. Quando ci siamo sposati ignoravamo tutto ciò.
Lorenzo, il nostro primogenito, è nato bello e sano dopo meno di un anno dal matrimonio. Poco dopo è arrivata Emanuela e la nostra vita è stata ribaltata.
La bimba è nata a termine e apparentemente senza nessun problema: poche ore dopo la nascita comincia ad avere difficoltà respiratorie. Da lì, il trasferimento in un altro ospedale (Bergamo) più attrezzato, l’intubazione, il susseguirsi di terapie sperimentali nella speranza di salvarla, l’impotenza di fronte all’inarrestabile peggioramento, infine la morte dopo 28 giorni di calvario. Quanto dolore in quel reparto di terapia intensiva neonatale, quanta disperazione in tanti genitori soli nella loro sofferenza!
Emanuela significa “Dio con noi”, il suo nome lo avevamo deciso la sera prima di entrare in ospedale, pregando e leggendo la Parola che il Signore ci donava: “Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa “Dio con noi” (Mt 1,23).
E davvero è stato così. Lui non ci lasciava soli nella nostra sofferenza; solo Lui ci poteva sostenere e nei nostri cuori risuonava la Parola: “SIGNORE, DA CHI ANDREMO? SOLO TU HAI PAROLE DI VITA ETERNA” (Gv 6,68).
Di fronte alla possibilità di una nuova gravidanza, subito i medici che avevano cercato di curare senza successo Emanuela, ci prospettano che la cosa migliore da fare sia un’indagine prenatale – con l’amniocentesi – per poi procedere eventualmente con un aborto “terapeutico”. Ma se la medicina non è in grado di salvare i nostri figli, perché chiedere a noi genitori di sopprimerli prima che nascano? Per non farli soffrire! Questo è il punto: la sofferenza.
Chi non ha paura della sofferenza? Noi per primi ne abbiamo, e tanta. Tuttavia il breve passaggio di questa figlia ci ha lasciato l’evidenza che tutta questa sofferenza non è stata inutile per tutto l’amore che Emanuela ha suscitato, nella nostra famiglia e al di fuori di essa. Appoggiati in Gesù Cristo abbiamo colto di non essere stati “derubati” di Emanuela, ma che questa figlia in Cielo ha pienamente realizzato la sua vocazione cristiana, che è poi quella di tutti noi battezzati: la VITA ETERNA, IL PARADISO!
La maturazione di questa certezza ha sgombrato il campo a ogni dubbio: questa figlia non è stata un incidente nel nostro progetto di felicità, non è per questo meno figlia di Lorenzo che è vivo e sano. Non la vediamo più ma c’è, così come quando era embrione: non la vedevamo ancora, ma c’era. Ed è unica, ed è amata, ed è stata pensata e creata e voluta da Dio, come per ogni altro figlio! Un figlio malato non è una ciambella senza il buco!
Dopo due anni, è in arrivo un’altra bimba. Siamo consapevoli che comunque andrà questa figlia è benedetta e Benedetta la chiamiamo.
Decidiamo in accordo anche con il primario dell’ospedale San Raffaele di Milano di non procedere a indagini genetiche prima della nascita, rischiose e inutili dal momento che non c’è la volontà di abortire. Benedetta nasce a termine e viene subito messa sotto osservazione. La bimba è bellissima: siamo tutti fiduciosi. Dopo un giorno però le cose non vanno bene e al quarto giorno di vita la bimba viene incubata.
E’ difficile da spiegare con le nostre povere parole ciò che è successo in quei quaranta giorni in cui abbiamo accompagnato la nostra bambina nel suo breve passaggio terreno. Grazie alla straordinaria collaborazione e condivisione umana del personale dell’ospedale e di tante altre persone, la nostra famiglia ha vissuto tutto quel tempo nella piccola sala di terapia intensiva neonatale.
L’esperienza di accompagnare Benedetta nel suo calvario è stato per noi immergerci nel Mistero d’Amore della passione di nostro Signore. “Benedirò il Signore in ogni tempo. Sulla mia bocca sempre la sua lode” (Salmo 34): anche nel fallimento totale, nella contraddizione più dolorosa, come e con Maria ai piedi della croce.
Ciò che ci ha permesso di non crollare durante e dopo quei giorni, è stato dono dello Spirito grazie alle preghiere che la Chiesa, la comunità cristiana fatta di persone, ha innalzato per la nostra famiglia. In più, si è fortificata in noi la certezza che tutto quel dolore offerto a Gesù poteva e può salvare molti uomini a partire da noi due. Non esiste sofferenza inutile se donata a Gesù Cristo. Questa esperienza è segno che i figli – tutti – anche quelli non generati da noi, sono un DONO, non da possedere, ma da accogliere così come sono stati pensati da Dio.
Da allora questa è diventata per noi più che una frase piena di significato, ma la vera e propria essenza del nostro matrimonio. E’ insomma il progetto di felicità che Dio ha pensato per Chiara e Paolo, non quello nostro, pensato su misura per noi e senza contraddizioni.
Nel 2002 comincia la quarta gravidanza, non cercata né evitata. Lorenzo ha quasi sei anni. Chiede, fa domande, prega anche lui che la sua nuova sorellina – eh, sì, un’altra femmina – non salga subito in Cielo come Emanuela e Benedetta, ma resti per giocare con lui.
Nel maggio 2003 nasce Mariagloria. Dopo due giorni di osservazione la bimba, che respira perfettamente, ci viene “consegnata” tra le braccia. E’ per noi una gioia indescrivibile e una esperienza di resurrezione. L’Amore vince la morte. Cristo crocifisso è risorto! E’ veramente risorto.
Ora non sappiamo dove Dio voglia condurci, ma intendiamo fidarci di Lui, non di noi stessi sapendo che là dove c’è accoglienza alla vita passa Cristo.
Un giorno dell’ottobre del 2004, leggiamo sulla rubrica “cerco famiglia” di Avvenire, la richiesta di disponibilità all’adozione per Sara, una bimba disabile peruviana di sei anni e decide di interessarsi presso l’associazione riportata nell’articolo, la quale gestisce le adozioni internazionali per il Perù. Paolo lascia fare, perché non è quella la prima volta che io rispondo alle inserzioni di quella rubrica, senza che vi sia un seguito.
Negli anni precedenti poi, ci eravamo già aperti alla disponibilità all’adozione, anche per bambini disabili e la nostra idoneità all’adozione nazionale era giusto scaduta da pochi mesi, senza mai essere stati una sola volta chiamati dal Tribunale dei Minorenni competente.
Invece questa volta siamo invitati a recarci a Torino, dove ha sede l’associazione, per conoscere di più della situazione di Sara. Decidiamo insieme di andarvi, non senza aver discusso animatamente tra noi: in Paolo prevale la ragione, che vuole prudenza e in me lo slancio materno. Dopo quell’incontro non abbiamo più di fronte una situazione, ma una persona e la sua storia. Chiediamo un tempo per decidere.
La decisione ci mette entrambi molto in discussione. Possiamo essere noi la famiglia che può offrire a Sarita ciò di cui ha bisogno? Anche per le sue cure? E questo può avvenire senza mettere a rischio la tenuta dell’intera famiglia? Abbiamo già altri due figli. Dio non chiama nessuno a fare l’eroe.
Preghiamo. Sentiamo medici e pediatri, ascoltiamo l’esperienza di altre famiglie adottive. Ascoltiamo anche Lorenzo, che sarebbe felice per l’arrivo di un’altra sorella. E il Signore che dice? Tace. Vorremmo tanto che arrivasse un bel fax dal Cielo con scritta quale sia la sua VOLONTA’. Alla fine comprendiamo che il Signore ama la nostra libertà più di quanto l’amiamo noi. Ci lascia liberi. Ciò che conta è che la scelta sia fatta per amore. Raccogliamo così, le nostre riflessioni, i proponimenti, le giustificazioni alle nostre paure e decidiamo di si.
Ripresentiamo la domanda per l’adozione al Tribunale dei Minorenni e mettiamo tutto nelle mani del Signore. Se Lui benedice quest’opera, sarà Lui ad aprire le porte.
E davvero tutte le porte si sono aperte! A metà settembre 2005 – giusto dopo solo nove mesi – siamo tutti e quattro a Lima, capitale del Perù, per conoscere Sara.
L’incontro avviene nell’istituto dove Sarita risiede. Che stupore! Non ci sembra vero. Sara dal primo momento si abbandona fiduciosa nel nostro abbraccio e ci chiama mamma e papà. Il 14, giorno dell’esaltazione della Santa Croce, viene a vivere con noi nell’appartamento dove stiamo a Lima. Lei non può camminare senza sostegni a causa di una paresi che le colpisce soprattutto le gambe, ma subito è stata accettata così com’é dai suoi fratelli, come sorella. Certo non mancano le gelosie e la competizione tra loro, del resto normali, ma lo stupore si accresce nel vedere operare l’accoglienza nei figli.
Dopo un mese insieme in Perù, viene il ritorno in Italia e il rientro nella normalità con l’inserimento a scuola per Sara. Tutto ciò in una serena fatica, non priva di gioie e di debolezze.
A distanza di un anno dall’arrivo di Sara ecco che il Signore ci fa’ dono di altri due figli, uno in Cielo, Agostino che è vissuto solo 9 settimane nella pancia di mamma ma che è rimasto vivo nei cuori di tutti!! Guai per i bambini se ci dimentichiamo di nominarlo insieme a Emanuela e Benedetta! E il dono di Francesco Maria che ora ha 11 mesi: sano, nonostante le paure che ci hanno fatto prendere i medici, ed è una piccola peste!! Anche per Lui ci sarebbe molto da raccontare sulla gravidanza , sulla diagnosi ed altre cose, ma crediamo che questo basti perché l’opera di Dio, più grande dei nostri progetti, venga alla luce.
Siamo solo all’inizio di questa avventura. Quello che sarà non lo sappiamo: il futuro non ci appartiene. Sappiamo però due cose: che c’è la Provvidenza di Dio misericordioso - perché lo abbiamo sperimentato molte volte - e che il Signore ha assegnato alla nostra vocazione al matrimonio una missione nell’apertura alla vita, nelle sue molteplici forme.
Questa storia non è opera nostra, delle nostre forze. Non siamo marziani che vivono a tremila metri d’altezza sopra la realtà. La fatica è tanta. Ma è proprio dalla realtà della nostra debolezza umana, che il Signore la sta scrivendo. La nostra storia testimonia a noi stessi per primi, quanto vero e concreto sia quell’annunzio di speranza con il quale il nostro caro Papa Giovanni Paolo II aveva cominciato il suo ministero: “NON ABBIATE PAURA! SPALANCATE LE PORTE A CRISTO. EGLI NON VI DELUDERA’”. Sperando che si manifesti in noi la Sua risurrezione abbracciamo tutti quelli che come noi portano questa Croce. Pregate per noi.
Paolo e Chiara



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nel nostro sito si parla di gravidanza patologica e cura del feto terminale. i nostri specialisti operano terapia fetale invasiva in gravidanza con patologie fetali; alcune patologie sono agenesia renale, ostruzione renale, displasia polmonare, agenesia polmonare ma anche anencefalia. ci troviamo di fronte a un feto con patologie oppure patologie materno fetali.E' importante il rapporto medico paziente specie con il chirurgo fetale. Al policlinico Gemelli, il prof. Noia,collabora presso centro per i feti terminali. Il nostro centro di aiuto con una rete di famiglie e una rete di specialisti - specialisti in chirurgia, pediatria, psicologia, sostegno della coppia- si occupano anche di aborto terapeutico, spina bifida, feto polimalformato e gravidanza patologica amniocentesi. Seguiamo casi di ipoplasia polmonare, displasia renale ed idronefrosi o anche idrope fetale, gozzo fetale, ernia diaframmatica, piede torto. E' importante diagnosi prenatale, un centro di neonatologia, di pediatria, e urologia, per seguire le malformazioni urinarie, le infezioni delle vie urinarie(nell'uretere, uretra, reni, vescica, in caso di rene displastico oppure ipertono vescicale o fimosi, ipospadia,ma anche di epispadia); altri problemi sono idrocefalia ma anche acrania o anencefalia.Casi frequenti di trap sequence, twin twin transfusion syndrome(detta anche ttt-s o trasfusione feto fetale) e cardiopatia fetale.