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IL FETO TERMINALE: LA TESTIMONIANZA SI FA SERVIZIO
Inserito il 11 giugno 2006 alle 10:15:53 da Zenit.

6 giugno 2006

ROMA, martedì, 6 giugno 2006 (ZENIT.org).

Religiosi, filosofi, neonatologi e ginecologi, insieme con studenti di medicina ed intere famiglie si sono ritrovati nell’Aula Brasca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma il 31 maggio scorso per il II Meeting Esperienziale tra medici e famiglie sul tema "Il feto terminale: la testimonianza si fa servizio".

L’evento è stato organizzato dal Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna e della Vita Nascente del policlinico Gemelli, in collaborazione con “La Quercia Millenaria”, associazione per il sostegno alla donna in caso di gravidanza patologica, e Centro di Aiuto per famiglie con Feti Terminali, cioè per bambini e bambine che pur nascendo, non riusciranno a vivere.

Per avere un’idea di quanto emerso durante il Convegno, ZENIT ha intervistato il dottor Massimo Losito, Biologo e Coordinatore accademico del Master in Bioetica presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.

Perché un meeting esperienziale? Di cosa si tratta?

Losito: Su una tematica così difficile e dolorosa come quella del “feto terminale”, ci si è resi conto che occorre creare degli spazi di incontro tra i medici e le famiglie, in cui ci si possa conoscere, confrontare e sostenere reciprocamente. Al ginecologo non è sufficiente studiare questa tematica sui libri per poterla affrontare correttamente, sia dal punto di vista medico che umano; alle famiglie occorre uscire dall’isolamento per affrontare un’esperienza così difficile, in cui tutti i valori e l’intera esistenza sembrano vacillare. Ecco che nasce l’esigenza di un convegno (ed è il secondo organizzato da “La Quercia Millenaria”) in cui ci si possa trasmettere l’esperienza: quando un bambino ha paura di entrare in una stanza buia si possono fare due cose: o accendere la luce, o accompagnarlo tenendolo per mano. Questi incontri realizzano entrambe le cose: accendono la luce della conoscenza scientifica, che spesso porta la speranza e l’aiuto medico per fare tutto il possibile; quando tutto il possibile non basta, occorre fare comunque il meglio possibile, e dove il buio resta, perché ad esempio nessuna terapia è applicabile, allora occorre accompagnarsi a vicenda: insieme si ha meno paura.

Eppure, di fronte ad un feto che non ha speranza di vita, la legge ci permette strade alternative e scorciatoie: non sarebbe meno dolorosa la via dell’aborto terapeutico?

Losito: No, questo è falso e lo dimostrano molte ricerche scientifiche. La stessa espressione “aborto terapeutico” è uno degli esempi di quella che è stata definita “anti-lingua”: l’aborto, sarebbe terapeutico per chi? Non per il feto, che viene soppresso; non per la donna, sulla quale provoca conseguenze psicologiche drammatiche, con depressione, ansia e perfino istinti suicidi molto più alti della norma. Ma questo non viene detto apertamente, perché altrimenti - si dice - si lederebbe il principio di autodeterminazione della donna: ma si è veramente liberi di scegliere se non si conosce la verità? La verità è stata mostrata con evidenza invece in questo Meeting.

Quale verità?

Losito: La verità antropologica, innanzitutto, perché ci si è chiesti chi è il feto terminale e non cosa è: è una persona che ha bisogno di cure, come tutte le altre persone, anche se gravemente ammalate. Poi la verità scientifica, che ha mostrato quando si può parlare effettivamente di “terminalità” dal punto di vista medico. Il ginecologo Giuseppe Noia ed il neonatologo Carlo Valerio Bellieni hanno sottolineato che ci sono feti clinicamente terminali per la patologia che manifestano, di una gravità tale da non essere compatibile con la vita post-natale. Non è però corretto dire che sono situazioni in cui non c’è “nulla da fare”: occorre stare lì, accompagnare la coppia e dare alla madre e al bambino tutto ciò che è possibile (in assistenza ed analgesia, ad esempio) e solo ciò che è possibile, senza arrivare ad un penoso accanimento terapeutico, contrario alla loro stessa dignità. La cura lascia spazio al “prendersi cura”.

Ci sono poi situazioni di terminalità dovute ad ignoranza, ad esempio dove la conoscenza medica, che permetterebbe di intervenire ad esempio in fase prenatale, non è sufficientemente diffusa o condivisa: occorre un serio impegno dei medici stessi perché un tale divario venga colmato e le terapie all’avanguardia siano migliorate e rese disponibili a tutti. Un aiuto viene proprio da “La Quercia Millenaria” che sta creando una rete di specialisti e di Centri di Accoglienza (come la “Clinica dell’Anima” a Bassano Romano (VT) dedicata a Giovanni Paolo II ), per venire in soccorso a quelle famiglie che non sanno a chi rivolgersi in caso di una gravidanza patologica.
Infine oggi, sottolineavano i due relatori, ci sono feti e bambini perfettamente vitali ma che la cultura e la società hanno reso terminali, perché non perfetti, perché differenti. Personalmente ritengo che questa che Giovanni Paolo II definiva cultura della morte, cioè l’incapacità di accogliere la vita umana, l’incapacità di accogliere l’altro, sia il segno di una “società terminale”, condannata all’autodistruzione.

Ma i progressi della scienza non ci stanno portando verso una società migliore?

Losito: La scienza rappresenta un progresso quando procede alleata con la coscienza e oggi spesso è così; purtroppo però assistiamo anche a trionfalismi medici, apparenti conquiste della medicina
che invece ne rappresentano la negazione, cancellando il fine intrinseco della buona scienza che è sempre per l’uomo e mai contro di lui.

Ci può fare degli esempi?

Losito: Innanzi tutto la diagnosi prenatale, che può essere utilizzata per conoscere e in qualche caso per curare, come ha mostrato il professor Alessandro Caruso, ma che il più delle volte viene applicata con la modalità di una vera “polizia genetica” per individuare ed eliminare un feto, colpevole solo di essere malato o di non essere esattamente come ci aspettavamo.

Poi c’e’ l’aborto chimico, di cui si comincia a parlare anche in Italia, che rappresenta un completo fallimento: etico, ovviamente, perché è la soppressione di un essere umano; medico, perché alla fine è più pericoloso persino dell’aborto chirurgico; ed è un fallimento umano perché lascia la donna ancora più sola nel suo dolore prima e dopo una tale scelta.

Ed è molta la solitudine provata dalle donne e dalle famiglie, soprattutto nel caso di una diagnosi infausta per il feto?

Losito: Certo, anche per questo nel convegno sono state presentate varie associazioni che vogliono vincere questa solitudine: alcuni esempi sono “La strada per l’arcobaleno”, “Genitin Onlus”, “Mo.Vit”, “F.A.N.HA.”, e naturalmente “La Quercia Millenaria”. Alcuni membri di questa associazioni hanno dato la loro esperienza - molte disponibili sui loro siti Internet - e hanno mostrato con la loro vita che l’aborto non è l’unica scelta, anzi; aver accolto bambini diversi, bambini che sono vissuti a volte pochissimo, ha lasciato un dolore ma questo non è fine a se stesso, e pertanto non risulta inutile ed incomprensibile.

Un dolore che si fa segno di un amore incancellabile: come sulla croce di Gesù, ci ha ricordato Carlo Paluzzi, i chiodi non sono la traccia di un destino avverso ed ineluttabile ma piuttosto sono il mezzo liberamente accolto con cui più profondamente si imprime in Cristo l’amore per noi. L’amore è la chiave per capire le scelte di questi genitori, che non si sentono né degli irresponsabili né degli eroi.

E la “testimonianza si fa servizio” ricordava il tema del convegno…

Losito: Esattamente, la testimonianza reciproca di medici e famiglie diventa servizio per altrettanti medici e famiglie. “Non abbiate paura ma non lasciateci soli”, ha gridato ai medici Fabrizio Tiezzi: i medici presenti incoraggiano gli altri medici ad andare avanti nelle loro ricerche, per fondare il proprio lavoro su una solida base scientifica; le famiglie sostengono le altre famiglie, affermando con la propria esistenza che è possibile amare oltre la morte, che appoggiati sulla roccia della fede non si resta schiacciati dalla croce.

Infine, medici e famiglie si sostengono vicendevolmente: oggi, gli ultimi tabù della medicina sembrano essere paradossalmente proprio la sofferenza e la morte, così i medici imparano da queste famiglie a non essere loro per primi scandalizzati dalla sofferenza, a doverla cioè evitare a tutti i costi anche con mezzi illeciti e disumani. Anche se accompagnare una famiglia ad accudire un bambino morente è doloroso, ha ricordato la neonatologa Patrizia Papacci, di fronte all’amore di queste coppie si ha la certezza dell’eternità.

Così, sostenute da medici che non hanno paura di soffrire con loro, le famiglie sentono di potercela fare ad andare avanti: anche quando tutto sembra testimoniare il contrario, anche quando la storia ti mostra l’assurdo di un feto morente, anche quando la legge, la società e talvolta anche le persone care ti spingono verso l’aborto, la donna scopre di non essere sola; scopre di non essere stata maledetta da Dio, ma che Dio non è lontano, Dio è lì con lei.

Un morente è prima di tutto un vivente, ha sottolineato il professor Antonio Spagnolo; così la donna incinta ha una certezza: quello che la scienza chiama “feto terminale”, è per lei semplicemente “il suo bambino”; il suo volto, immaginato sfogliando ansiosamente libri e siti di medicina faceva paura finché non lo si è visto veramente.

Così è stato per Francesca, che insieme al marito Alessio scoprono durante una ecografia che il loro terzo figlio ha una grave malformazione ai reni, così da renderne impossibile la vita. “Come lo chiamate ?” , si sono sentiti chiedere da chi come loro aveva riconosciuto in quel feto malato un bambino da amare. Il suo nome era Pietro, è vissuto solo 11 ore. Il suo nome è Pietro, vivrà per sempre.

“Siamo tutti terminali - ha concluso il professor Noia - eppure nessuno di noi nasce per terminare: noi nasciamo per incominciare”.



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nel nostro sito si parla di gravidanza patologica e cura del feto terminale. i nostri specialisti operano terapia fetale invasiva in gravidanza con patologie fetali; alcune patologie sono agenesia renale, ostruzione renale, displasia polmonare, agenesia polmonare ma anche anencefalia. ci troviamo di fronte a un feto con patologie oppure patologie materno fetali.E' importante il rapporto medico paziente specie con il chirurgo fetale. Al policlinico Gemelli, il prof. Noia,collabora presso centro per i feti terminali. Il nostro centro di aiuto con una rete di famiglie e una rete di specialisti - specialisti in chirurgia, pediatria, psicologia, sostegno della coppia- si occupano anche di aborto terapeutico, spina bifida, feto polimalformato e gravidanza patologica amniocentesi. Seguiamo casi di ipoplasia polmonare, displasia renale ed idronefrosi o anche idrope fetale, gozzo fetale, ernia diaframmatica, piede torto. E' importante diagnosi prenatale, un centro di neonatologia, di pediatria, e urologia, per seguire le malformazioni urinarie, le infezioni delle vie urinarie(nell'uretere, uretra, reni, vescica, in caso di rene displastico oppure ipertono vescicale o fimosi, ipospadia,ma anche di epispadia); altri problemi sono idrocefalia ma anche acrania o anencefalia.Casi frequenti di trap sequence, twin twin transfusion syndrome(detta anche ttt-s o trasfusione feto fetale) e cardiopatia fetale.